La sera in cui Rosalía cantò cante alante al Tablao de Carmen

Il tour LUX di Rosalía si è appena concluso a Miami, dopo 57 concerti in diciassette paesi tra Europa, America del Nord e America del Sud. In Italia era passato il 25 marzo all’Unipol Forum di Milano. È la terza volta che fa il giro del mondo a questa scala: la prima con El Mal Querer, la seconda con Motomami.

Dieci anni prima cantava venti minuti in un tablao flamenco dentro un villaggio andaluso ricostruito a Barcellona, davanti a trentacinque persone che avevano pagato quindici euro. In sala c’era l’uomo che avrebbe prodotto El Mal Querer.

Lux de Rosalía

La Rouge, un bar del Raval

Tutto comincia in uno dei tanti bar di Barcellona dove si ascolta flamenco dal vivo e da vicino. Precisamente a La Rouge, all’angolo di una strada del Raval, dove ancora oggi si programma flamenco. Lì andò a cantare una giovanissima Rosalía. E lì andò a finire anche Augustin de Beaucé.

Ricorda una sala quasi vuota e quattro ragazze già, come dice lui, perdutamente innamorate della cantaora. Ad Augustin — all’epoca manager del ballerino El Yiyo — piacque il modo in cui cantava. Ma la certezza di avere davanti qualcuno destinato a fare qualcosa di enorme gli arrivò dopo, parlandoci.

«Mi colpì la presenza che aveva e quanto fosse simpatica. Vedevi una persona molto sicura, con una visione enorme, di quelle a cui credi», racconta. «Ho avuto la certezza assoluta che sarebbe diventata una stella».

Lo stesso accadde a Mimo Agüero, direttrice del Tablao de Carmen, quando la sentì cantare. Le era arrivata attraverso il pieghevole di un festival: le colpì l’immagine, e anche la frase stampata accanto — la voce attuale del flamenco antico. Così quando Augustin le propose di andare ad ascoltarla al Paraninfo dell’Università di Barcellona, ci andò.

Rosalía cantò La hija de Juan Simón e altre coplas flamenche popolari che avrebbe poi inserito nel suo primo album, Los Ángeles. «Io questo lo voglio al tablao», si disse Mimo. Le va riconosciuta la capacità di riconoscere un talento singolare quando non tutti lo vedevano — e quando anzi c’era chi lo criticava apertamente.

«Mimo, a tope»: la cena a La Fonda

Poco dopo, all’uscita da una visita al Tablao Cordobés, cenarono tutti e tre al ristorante La Fonda. Di quel giorno Augustin ricorda di essere andato a prenderla al Municipio, dove aveva cantato per Ada Colau, allora sindaca di Barcellona. Le raccontò che la sindaca non aveva smesso di piangere. Rosalía non capiva perché.

«Era molto umile, molto ingenua, si sentiva che pensava: non me lo merito».

Fu a quella cena che Mimo le propose di cantare al Tablao de Carmen. «Era adorabile, aperta e concentrata», ricorda oggi. «Non beveva, prendeva solo tisana. Era driven, come dicono in inglese: una persona con un obiettivo. Vedevi la concentrazione nello sguardo, un’attenzione totale; quando parlava del concerto stava già pensando a come farlo. Mi faceva ridere che rispondesse a tutto con «Mimo, a tope». E io pensavo: deve venire prima di diventare famosa».

Per Rosalía fu forse uno dei primi sogni spuntati dalla lista. I genitori, almeno, la vissero così. Raccontarono a Mimo e Augustin che da adolescente, quando cominciò a studiare canto flamenco, chiedeva ai genitori di portarla al Tablao de Carmen. «Quel posto lassù in cima», diceva Pilar, sua madre.

Lo chiedeva su consiglio di Chiqui de la Línea, il suo insegnante di canto per molti anni, che la spingeva ad andare al tablao del Poble Espanyol ad ascoltare Juaneke, allora cantante principale della compagnia. Quello che non poteva immaginare è che anni dopo lo stesso Juaneke avrebbe riconosciuto il suo canto, confidando ad Augustin: «Senti, ti dico una cosa. Tutti criticano questa ragazzina, ma quella lì sa cantare davvero».

14 maggio 2016: venti minuti di cante alante

La data fu il 14 maggio 2016. La seconda parte del secondo spettacolo della serata venne riservata al suo canto, accompagnata dal chitarrista Alfredo Lagos. Trentacinque biglietti venduti a quindici euro, più gli invitati, più il pubblico abituale del tablao.

Cantò cante alante — il canto flamenco come voce principale, non come accompagnamento a un ballerino. Repertorio jondo e classico: cantiñas, milonga e bulerías, tra gli altri palos che già padroneggiava. Una ventina di minuti.

«Fu un momento di quelli in cui cala un silenzio che non si sente volare una mosca», ricorda Mimo. Come testimonia Augustin, fu una delle ultime volte in cui la si poté vedere così: in una sala di quelle dimensioni, a quella distanza.

Quella sera era venuto per curiosità anche qualcun altro: El Guincho, il produttore che l’avrebbe poi contattata per lavorare insieme. Da quell’incontro nacque El Mal Querer.

Un mese dopo uscì Antes de morirme con C. Tangana, che la espose a un pubblico molto più ampio. Nel febbraio 2017 arrivò il primo disco, Los Ángeles. Ne portò una copia in regalo al tablao e passò a salutare prima di trasferirsi a Madrid. Quando nel novembre 2018 Mimo la invitò alla festa dei trent’anni del tablao, rispose che non poteva: andava ai Latin Grammy. El Mal Querer era candidato. Il resto è storia della musica spagnola.

Dal flamenco al Berghain: cosa le ha dato Barcellona

Mimo e Augustin erano certi che avrebbe contato. Nessuno dei due aveva previsto le svolte che avrebbe preso dopo.

Augustin ricorda come El Mal Querer venne accolto nel mondo del flamenco. L’album sollevò riserve su cosa si consideri ortodosso. Ma un’importante giornalista specializzata gli concesse: «Rosalía ci fa guadagnare molto, sta internazionalizzando il flamenco». Lo vede nella sua stessa famiglia francese, che dopo aver scoperto la sua musica gli chiede: sai chi è Camarón? Lo adoro.

Nemmeno Mimo l’aveva vista arrivare. «Pensavo sarebbe rimasta nel flamenco, non immaginavo un Berghain», dice. È stata tra le poche invitate al listening party di LUX al MNAC, il museo nazionale d’arte della Catalogna. «Fu impressionante, ha davvero un gusto notevole».

Per quanto lontano sia arrivata, tutto ciò che ha vissuto in quella Barcellona meticcia ha costruito un’artista senza frontiere né stampi. La giornalista Maricel Chavarría raccoglie quel cocktail nel suo libro Rosalía. Por ahí por Barcelona, il cui titolo riprende un verso della sua canzone Reliquia. Nel libro la giornalista racconta questa storia. Anche El Periódico de Catalunya dedica alcune righe al nostro tablao come uno dei luoghi rilevanti dei suoi primi anni. E il giornale francese Les Jours ci mette sulla mappa di quella Barcellona in cui Rosalía imparò la sfrontatezza che canta.

Siamo orgogliosi di averle dato quello spazio, e di aver ascoltato da vicino una di quelle voci sulle nostre tavole. Nelle parole di Mimo: «Abbiamo molta fortuna che Rosalía esista. È un valore aggiunto per il pianeta».